PICCOLI OMERTOSI

 

Noi avevamo nomi semplici, Mario, Luigi, Antonio, Sergio, Bruno,Amedeo, tutti genovesi fino al midollo. Stavamo in gruppo, seduti su muretto di fianco al Bar a spiare gli adulti ( i grandi ) fumare,bere caffè e biancamaro e a sentire le loro bestemmie e il ciocco delle biglie bocciate al biliardo. Sognavamo il momento in cui anche noi avremmo potuto respirare quell'aria fumosa non solo per il tempo che ci voleva per acquistare un pacchetto di polo, le caramelle con il buco intorno, o un ghiacciolo. Poi c'era lui, GianFilippo, il figlio del Capitano, il padre sempre per mare e la madre Relia dietro il bancone del bar.
Era l'unico a possedere una quasi bicicletta da corsa,una Legnano con tanto di fanale centrale,carter, campanello e manubrio tradizionale. Indossava già la mise da corridore e ci volteggiava davanti al naso leggiadro. Pedalava avanti e indietro per la larga via, allora sgombra di auto, avendo il divieto assoluto di allontanarsi. Doveva essere sempre alla portata della voce e della vista della Relia che ogni tanto si affacciava sulla soglia del bar per controllarlo. Gianfilippo, un nome importante, mica come i nostri. Quando le nostri madri ci chiamavano, Mario era Maaaaaaaaaa ,Luigi era Ginettoooo , Antonio era NInooo, Bruno Brunin, Amedeo era Medeu , e io Sergino. Lui no, era Gianfilippo e veniva sbraitato per intero. Mentre noi giocavamo ai cavalli marci e a nascondino lui passava il tempo a lucidare la bici e a stantuffare aria con la pompetta nelle gomme. Nessuno di noi era mai salito su quella bicicletta, potevamo solo guardarla con una certa invidia. Un giro, lì , davanti ai suoi occhi, tanto per provarla, ci era sempre negato Lucidava anche il sellino e faceva trillare il campanello che non ci azzeccava con una bici da corsa, ma così voleva sua madre per controllarlo meglio.
Non se ne separava mai, secondo me se la portava anche a letto, ma un pomeriggio, dopo aver girato e rigirato davanti ai nostri occhi vogliosi, scivolò sul ghiaietto e cadde rovinosamente a terra. Si alzò dolorante e piangente, preoccupato più della adorata bici e del suo orgoglio ferito che del suo gomito sbucciato e sanguinante . Ma Gustu,un vecchio ubriacone gonfio di grappini, perennemente sulla porta del bar, richiamò l'attenzione della madre che si precipitò in strada e Gianfilippo venne trascinato all'interno del locale per essere medicato tra gli improperi e gli scappellotti. La bicicletta stava lì,stesa sul selciato. Uno di noi, non io che ancora non sapevo andare in bicicletta,alzò la bici da terra e disse deciso. " Io ci faccio un giro ".
Montò in sella e partì ondeggiando e noi dietro di corsa ridacchiando. Alla fine della strada l'improvvisato ciclista sbagliò la curva,toccò maldestramente i freni e il velocipede, come un cavallo imbizzarrito, lo sbalzò di sella finendo poi la corsa nel rio che correva parallelo alla strada. Il cavaliere invece era riuscito a rimanere incredibilmente in piedi e noi lo raggiungemmo trafelati. La bicicletta stava lì,tra i rovi e il fango, lambita dall'acqua che sgorgava da una fogna e tanto ci bastò per ritornare di corsa vicino al nostro muretto abituale e metterci a giocare ai cavalli marci appena in tempo per vedere uscire Gianfilippo dal bar con il gomito fasciato. I ragazzini sanno essere crudeli, l'espressione di sconcerto e disperazione di Gianfilippo non la scorderò mai, era appagante, una sorta di risarcimento, e nessuno di noi rivelò mai l'accaduto. Dopo un paio d'ore di ricerche Gianfilippo e la sua bicicletta erano di nuovo insieme. Dopo averla lustrata per bene si avvicinò a me e mi disse " Se mi dici chi è stato, ti insegno ad andare in bicicletta e poi ti faccio fare dei giri " Imparai ad andare in bicicletta l'anno dopo, per conto mio in campagna e su una vecchia bicicletta da donna. Il nome dell'autore della bravata non l'ho rivelato nemmeno qui.

Sergio Marini  15.12.2013

 

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